02 giugno 2026
Nella vita può capitare che non si stia male necessariamente in modo evidente.
Magari lavori.
Fai quello che devi fare.
Rispondi ai messaggi.
Porti avanti gli impegni.
Cerchi di essere una persona presente, disponibile, capace, adulta.
Fai quello che devi fare.
Rispondi ai messaggi.
Porti avanti gli impegni.
Cerchi di essere una persona presente, disponibile, capace, adulta.
Eppure, sotto sotto, qualcosa sembra essersi spento.
Non è sempre un dolore drammatico.
A volte è più sottile.
A volte è più sottile.
È la sensazione di vivere con il freno tirato.
Di non goderti davvero quello che hai.
Di non riuscire a ricevere fino in fondo ciò che arriva.
Di sentirti spesso in difetto, anche quando nessuno ti sta accusando.
Di dover dimostrare qualcosa, anche quando nessuno te lo ha chiesto.
Di non goderti davvero quello che hai.
Di non riuscire a ricevere fino in fondo ciò che arriva.
Di sentirti spesso in difetto, anche quando nessuno ti sta accusando.
Di dover dimostrare qualcosa, anche quando nessuno te lo ha chiesto.
E allora inizi a pensare che il problema sia la tua autostima.
Ti dici che dovresti credere di più in te.
Che dovresti essere più sicuro.
Più determinato.
Più forte.
Più risolto.
Più centrato.
Che dovresti essere più sicuro.
Più determinato.
Più forte.
Più risolto.
Più centrato.
Così cominci a lavorare su di te come se fossi un progetto da aggiustare.
Leggi, ascolti, rifletti, analizzi, provi a migliorarti.
E tutto questo può essere utile, certo.
E tutto questo può essere utile, certo.
Ma a volte, senza accorgertene, trasformi anche la crescita personale nell’ennesimo campo di battaglia.
Un altro luogo in cui devi dimostrare di essere abbastanza.
Abbastanza consapevole.
Abbastanza evoluto.
Abbastanza guarito.
Abbastanza spirituale.
Abbastanza performante anche nel tuo percorso interiore.
Abbastanza evoluto.
Abbastanza guarito.
Abbastanza spirituale.
Abbastanza performante anche nel tuo percorso interiore.
Ma forse il punto non è diventare finalmente abbastanza.
Forse il punto è tornare vivo.
Non devi migliorarti per meritarti la vita
Molte persone confondono l’autostima con una specie di autorizzazione finale.
Come se prima dovessero sistemare tutto di sé e solo dopo potessero vivere davvero.
Prima devo essere più sicuro, poi mi espongo.
Prima devo essere più risolto, poi entro in relazione.
Prima devo essere più stabile, poi scelgo.
Prima devo essere più bello, più capace, più interessante, più forte, poi mi concedo di desiderare.
Prima devo essere più risolto, poi entro in relazione.
Prima devo essere più stabile, poi scelgo.
Prima devo essere più bello, più capace, più interessante, più forte, poi mi concedo di desiderare.
È come se la vita venisse sempre rimandata a dopo.
Dopo la guarigione.
Dopo la trasformazione.
Dopo il lavoro su di sé.
Dopo l’ennesima versione migliorata di noi stessi.
Dopo la trasformazione.
Dopo il lavoro su di sé.
Dopo l’ennesima versione migliorata di noi stessi.
Il problema è che quel “dopo” spesso non arriva mai.
Perché se parti dall’idea di essere sbagliato, ogni passo di crescita rischia di diventare una conferma del fatto che qualcosa in te non va ancora bene.
Anche quando migliori, senti che manca qualcosa.
Anche quando ottieni risultati, ti sembrano insufficienti.
Anche quando qualcuno ti ama, fai fatica a crederci davvero.
Anche quando la vita ti offre qualcosa, una parte di te resta contratta.
Anche quando ottieni risultati, ti sembrano insufficienti.
Anche quando qualcuno ti ama, fai fatica a crederci davvero.
Anche quando la vita ti offre qualcosa, una parte di te resta contratta.
Questa non è solo mancanza di autostima.
È una difficoltà più profonda a sentirti degno di vivere pienamente.
E qui l’autostima smette di essere una frase motivazionale.
Non si tratta semplicemente di guardarti allo specchio e dirti che vali.
Si tratta di sentire, nel corpo, che non devi guadagnarti il diritto di esistere.
Non devi diventare perfetto per respirare.
Non devi essere impeccabile per occupare spazio.
Non devi essere sempre utile per meritare amore.
Non devi dimostrare continuamente qualcosa per avere diritto alla tua vita.
Non devi essere impeccabile per occupare spazio.
Non devi essere sempre utile per meritare amore.
Non devi dimostrare continuamente qualcosa per avere diritto alla tua vita.
Questa è una soglia importante.
Perché finché cerchi di costruire autostima solo attraverso risultati, approvazione o controllo, resti dipendente da qualcosa fuori di te.
Se le cose vanno bene, ti senti qualcuno.
Se le cose vanno male, crolli.
Se le cose vanno male, crolli.
Ma un’autostima più radicata nasce quando inizi a tornare in relazione con te stesso anche quando non performi, non piaci, non controlli, non riesci.
Quando puoi guardarti con più verità, ma anche con più rispetto.
Non per assolverti da tutto.
Non per evitare le tue responsabilità.
Ma per smettere di trattarti come un problema da correggere.
Non per evitare le tue responsabilità.
Ma per smettere di trattarti come un problema da correggere.
Il desiderio non è un capriccio
Quando si parla di desiderio, molte persone si irrigidiscono.
Perché il desiderio è una parola potente.
E spesso anche scomoda.
E spesso anche scomoda.
Siamo abituati a pensarlo come qualcosa di secondario, infantile, egoista o pericoloso.
Prima vengono i doveri.
Poi, forse, il piacere.
Poi, forse, il piacere.
Prima bisogna essere responsabili.
Poi, se resta tempo, si può desiderare.
Poi, se resta tempo, si può desiderare.
Prima bisogna pensare agli altri.
Poi, se nessuno si offende, si può ascoltare ciò che vogliamo.
Poi, se nessuno si offende, si può ascoltare ciò che vogliamo.
Così, poco alla volta, molte persone smettono di chiedersi cosa desiderano davvero.
Non perché non abbiano più desideri.
Ma perché hanno imparato a non sentirli.
Ma perché hanno imparato a non sentirli.
Il corpo si abitua a trattenere.
La mente si abitua a giustificare.
Il cuore si abitua a ridimensionare.
La mente si abitua a giustificare.
Il cuore si abitua a ridimensionare.
“Non è importante.”
“Non è il momento.”
“Non posso.”
“È troppo.”
“Meglio lasciar perdere.”
“Non devo chiedere troppo.”
“Non è il momento.”
“Non posso.”
“È troppo.”
“Meglio lasciar perdere.”
“Non devo chiedere troppo.”
E dopo anni passati a ridurre, adattare, controllare e reprimere, può arrivare una strana forma di vuoto.
Una vita magari ordinata, ma poco viva.
Qui entra il tema della sessualità consapevole.
Non come provocazione.
Non come esposizione.
Non come tecnica.
Non come qualcosa da ostentare.
Non come esposizione.
Non come tecnica.
Non come qualcosa da ostentare.
Ma come possibilità di tornare al corpo, al piacere, al desiderio, alla vitalità.
La sessualità, nel suo senso più profondo, non riguarda soltanto l’atto sessuale.
Riguarda il modo in cui abiti il corpo.
Il modo in cui senti il piacere.
Il modo in cui ti permetti di ricevere.
Il modo in cui entri in contatto con il tuo desiderio.
Il modo in cui riconosci la tua energia vitale.
Il modo in cui senti il piacere.
Il modo in cui ti permetti di ricevere.
Il modo in cui entri in contatto con il tuo desiderio.
Il modo in cui riconosci la tua energia vitale.
Per questo il desiderio non è un capriccio.
È un segnale.
Ti mostra dove qualcosa in te si muove.
Dove c’è vita.
Dove c’è attrazione.
Dove c’è curiosità.
Dove c’è una parte di te che non vuole solo funzionare, ma esistere pienamente.
Dove c’è vita.
Dove c’è attrazione.
Dove c’è curiosità.
Dove c’è una parte di te che non vuole solo funzionare, ma esistere pienamente.
Naturalmente non ogni desiderio va agito.
Non ogni impulso è verità.
Non ogni movimento interno va seguito ciecamente.
Non ogni impulso è verità.
Non ogni movimento interno va seguito ciecamente.
La consapevolezza serve proprio a questo: a distinguere.
C’è il desiderio che nasce da una mancanza disperata.
C’è il desiderio che cerca approvazione.
C’è il desiderio che vuole riempire un vuoto.
C’è il desiderio che fugge dal dolore.
C’è il desiderio che cerca approvazione.
C’è il desiderio che vuole riempire un vuoto.
C’è il desiderio che fugge dal dolore.
Ma c’è anche un desiderio più profondo, più pulito, più vitale.
Un desiderio che non ti allontana da te.
Ti riporta a te.
Ti riporta a te.
E imparare ad ascoltarlo è una parte fondamentale del percorso.
Perché una persona che non sente più il proprio desiderio rischia di vivere guidata solo dal dovere, dalla paura o dall’abitudine.
Fa ciò che è giusto.
Fa ciò che serve.
Fa ciò che gli altri si aspettano.
Fa ciò che ha sempre fatto.
Fa ciò che serve.
Fa ciò che gli altri si aspettano.
Fa ciò che ha sempre fatto.
Ma dentro, lentamente, si spegne.
Tornare al desiderio significa iniziare a chiedersi:
Che cosa mi fa sentire vivo?
Che cosa mi apre?
Che cosa mi contrae?
Che cosa sto facendo solo per essere accettato?
Che cosa sto evitando per paura di deludere?
Che cosa desidero davvero, quando smetto per un attimo di giudicarmi?
Che cosa mi apre?
Che cosa mi contrae?
Che cosa sto facendo solo per essere accettato?
Che cosa sto evitando per paura di deludere?
Che cosa desidero davvero, quando smetto per un attimo di giudicarmi?
Queste domande non sono leggere in senso superficiale.
Sono leggere perché tolgono peso.
Tolgo il peso del “devo essere diverso”.
Tolgo il peso del “non posso volere questo”.
Tolgo il peso del “il mio sentire è sbagliato”.
Tolgo il peso del “non posso volere questo”.
Tolgo il peso del “il mio sentire è sbagliato”.
E aprono uno spazio nuovo.
Uno spazio in cui puoi iniziare a riconoscere che forse non sei qui solo per essere adeguato.
Sei qui anche per sentire.
Abbondanza è saper ricevere
Quando si parla di abbondanza, il pensiero va subito al denaro.
Ed è comprensibile.
Il denaro è uno dei modi concreti attraverso cui l’abbondanza si manifesta nella vita materiale.
E il rapporto con i soldi racconta moltissimo del nostro rapporto con valore, sicurezza, fiducia, libertà e possibilità.
E il rapporto con i soldi racconta moltissimo del nostro rapporto con valore, sicurezza, fiducia, libertà e possibilità.
Ma l’abbondanza non comincia dai soldi.
Comincia dalla capacità di ricevere.
E ricevere, per molte persone, è molto più difficile di quanto sembri.
Ci sono persone bravissime a dare, ma profondamente in difficoltà quando qualcosa arriva verso di loro.
Sanno sostenere, ascoltare, aiutare, offrire, comprendere.
Ma quando qualcuno offre presenza, amore, tempo, attenzione, piacere o riconoscimento, qualcosa si chiude.
Ma quando qualcuno offre presenza, amore, tempo, attenzione, piacere o riconoscimento, qualcosa si chiude.
Arriva un complimento e lo minimizzano.
Arriva un aiuto e si sentono in debito.
Arriva amore e iniziano a dubitare.
Arriva piacere e si irrigidiscono.
Arriva un’opportunità e pensano di non meritarla.
Arriva un aiuto e si sentono in debito.
Arriva amore e iniziano a dubitare.
Arriva piacere e si irrigidiscono.
Arriva un’opportunità e pensano di non meritarla.
È come se una parte di loro dicesse:
“Non posso prendere troppo.”
“Non devo disturbare.”
“Non devo pesare.”
“Non devo chiedere.”
“Non devo avere bisogno.”
“Non devo ricevere più di quanto posso restituire.”
“Non devo disturbare.”
“Non devo pesare.”
“Non devo chiedere.”
“Non devo avere bisogno.”
“Non devo ricevere più di quanto posso restituire.”
Questo atteggiamento spesso viene scambiato per generosità, umiltà o indipendenza.
Ma a volte è paura.
Paura di essere visti.
Paura di dipendere.
Paura di perdere il controllo.
Paura di scoprire che si desidera molto più di quanto si vuole ammettere.
Paura di non sapere cosa fare con ciò che arriva.
Paura di dipendere.
Paura di perdere il controllo.
Paura di scoprire che si desidera molto più di quanto si vuole ammettere.
Paura di non sapere cosa fare con ciò che arriva.
L’abbondanza interiore non è convincersi mentalmente che l’universo provvederà a tutto.
Non è aspettare passivamente che la vita sistemi le cose.
Non è negare le difficoltà concrete, economiche, relazionali o pratiche.
L’abbondanza interiore è una disposizione più profonda.
È la possibilità di sentire che puoi aprirti alla vita senza dover sempre difenderti.
Che puoi ricevere senza sentirti colpevole.
Che puoi desiderare senza sentirti sbagliato.
Che puoi chiedere senza sentirti debole.
Che puoi accogliere senza dover immediatamente restituire.
Che puoi lasciare entrare qualcosa di buono senza sabotarlo subito.
Che puoi desiderare senza sentirti sbagliato.
Che puoi chiedere senza sentirti debole.
Che puoi accogliere senza dover immediatamente restituire.
Che puoi lasciare entrare qualcosa di buono senza sabotarlo subito.
E qui autostima, desiderio e abbondanza si incontrano.
Se non senti di valere, farai fatica a ricevere.
Se non senti il tuo desiderio, non saprai cosa accogliere.
Se non sai ricevere, continuerai a vivere come se tutto dovesse essere conquistato con fatica.
Se non senti il tuo desiderio, non saprai cosa accogliere.
Se non sai ricevere, continuerai a vivere come se tutto dovesse essere conquistato con fatica.
Molte persone non hanno soltanto paura di fallire.
Hanno paura che la vita possa davvero offrire qualcosa.
Perché ricevere qualcosa di buono può mettere in crisi l’immagine profonda che hanno di sé.
Se per anni ti sei percepito come qualcuno che deve lottare, stringere i denti, cavarsela da solo, non chiedere troppo e non aspettarsi nulla, l’abbondanza può sembrare quasi pericolosa.
Non perché sia negativa.
Ma perché è nuova.
Ma perché è nuova.
E ciò che è nuovo, anche quando è bello, può fare paura.
Per questo l’abbondanza non è solo una questione esterna.
È anche una trasformazione interna.
Non basta che qualcosa arrivi.
Devi avere spazio per lasciarlo entrare.
Tornare vivi
Forse una delle domande più importanti non è:
“Come posso essere più sicuro di me?”
Ma:
“Dove ho smesso di sentirmi vivo?”
Perché a volte inseguiamo autostima, risultati, relazioni, denaro, approvazione e perfino percorsi spirituali non per espanderci, ma per compensare una distanza da noi stessi.
Cerchiamo fuori qualcosa che possa finalmente dirci:
“Adesso vali.”
“Adesso puoi rilassarti.”
“Adesso puoi vivere.”
“Adesso puoi desiderare.”
“Adesso puoi ricevere.”
“Adesso puoi rilassarti.”
“Adesso puoi vivere.”
“Adesso puoi desiderare.”
“Adesso puoi ricevere.”
Ma nessuna conferma esterna riesce davvero a riempire una parte di noi che non si sente autorizzata a esistere.
Può darci sollievo per un po’.
Può farci sentire meglio.
Può aprire una porta.
Può farci sentire meglio.
Può aprire una porta.
Ma poi, se dentro resta la convinzione di dover meritare tutto, torniamo al punto di partenza.
Tornare vivi richiede un altro movimento.
Richiede di scendere dal piano della sola mente.
Perché puoi ripeterti mille volte che vali, ma se il corpo resta contratto, una parte di te continuerà a non crederci.
Puoi dirti che hai diritto al piacere, ma se il desiderio è stato giudicato per anni, servirà delicatezza per tornare a sentirlo.
Puoi affermare di essere aperto all’abbondanza, ma se ricevere ti fa sentire vulnerabile, qualcosa dentro continuerà a chiudersi.
Per questo il lavoro interiore non può essere solo mentale.
Deve diventare esperienza.
Nel corpo.
Nel respiro.
Nelle emozioni.
Nel modo in cui ti ascolti.
Nel modo in cui entri in relazione.
Nel modo in cui riconosci i tuoi sì e i tuoi no.
Nel modo in cui impari a restare presente quando qualcosa ti tocca davvero.
Nel respiro.
Nelle emozioni.
Nel modo in cui ti ascolti.
Nel modo in cui entri in relazione.
Nel modo in cui riconosci i tuoi sì e i tuoi no.
Nel modo in cui impari a restare presente quando qualcosa ti tocca davvero.
Tornare vivi non significa essere sempre felici.
Non significa non avere più paura.
Non significa non sentirsi mai inadeguati.
Non significa avere tutte le risposte.
Non significa vivere in uno stato continuo di espansione.
Non significa non sentirsi mai inadeguati.
Non significa avere tutte le risposte.
Non significa vivere in uno stato continuo di espansione.
Tornare vivi significa che inizi a non abbandonarti più così facilmente.
Ti accorgi quando ti stai spegnendo.
Ti accorgi quando stai dicendo sì mentre dentro è no.
Ti accorgi quando stai cercando approvazione invece di verità.
Ti accorgi quando stai dando per non sentire il bisogno di ricevere.
Ti accorgi quando stai confondendo il controllo con la sicurezza.
Ti accorgi quando stai dicendo sì mentre dentro è no.
Ti accorgi quando stai cercando approvazione invece di verità.
Ti accorgi quando stai dando per non sentire il bisogno di ricevere.
Ti accorgi quando stai confondendo il controllo con la sicurezza.
E, poco alla volta, torni.
Torni al corpo.
Torni al sentire.
Torni al desiderio.
Torni alla possibilità di ricevere.
Torni a una forma di presenza più semplice, più vera, più tua.
Torni al sentire.
Torni al desiderio.
Torni alla possibilità di ricevere.
Torni a una forma di presenza più semplice, più vera, più tua.
Non perfetta.
Viva.
Una via più leggera, ma non superficiale
In questo tempo molte persone sono stanche di sentirsi dire che hanno un problema da risolvere.
Sono stanche di essere continuamente analizzate, corrette, diagnosticate, spinte a diventare una versione più performante di sé.
Certo, i problemi esistono.
Le ferite esistono.
I blocchi esistono.
Le responsabilità esistono.
Le ferite esistono.
I blocchi esistono.
Le responsabilità esistono.
Non serve negarlo.
Ma forse possiamo iniziare a parlarne in un altro modo.
Non sempre partendo dal dolore come leva.
Non sempre premendo dove fa male.
Non sempre ricordando alle persone ciò che non funziona.
Non sempre premendo dove fa male.
Non sempre ricordando alle persone ciò che non funziona.
A volte possiamo partire da una possibilità.
Dalla risorsa.
Dal movimento.
Dal corpo che sa ancora aprirsi.
Dal desiderio che non è morto.
Dal piacere che può tornare.
Dalla capacità di ricevere che può essere educata.
Da quella parte interna che, nonostante tutto, non ha mai smesso del tutto di cercare vita.
Dal movimento.
Dal corpo che sa ancora aprirsi.
Dal desiderio che non è morto.
Dal piacere che può tornare.
Dalla capacità di ricevere che può essere educata.
Da quella parte interna che, nonostante tutto, non ha mai smesso del tutto di cercare vita.
Questa non è falsa consolazione.
È speranza concreta.
La falsa consolazione dice:
“Andrà tutto bene.”
La speranza concreta dice:
“Non sarà magico. Non sarà sempre facile. Ma puoi tornare in relazione con te. Puoi imparare a sentire. Puoi incontrare ciò che hai evitato. Puoi smettere di vivere solo per funzionare. Puoi aprire spazio a qualcosa di più vero.”
Ed è una differenza enorme.
Perché una comunicazione leggera non è necessariamente superficiale.
Può essere leggera perché non schiaccia.
Perché non appesantisce.
Perché non usa la ferita come gancio permanente.
Perché non ti fa sentire ancora più sbagliato.
Perché ti ricorda che, oltre al lavoro da fare, esiste anche il piacere di tornare a casa.
Perché non appesantisce.
Perché non usa la ferita come gancio permanente.
Perché non ti fa sentire ancora più sbagliato.
Perché ti ricorda che, oltre al lavoro da fare, esiste anche il piacere di tornare a casa.
E forse è proprio questo il punto.
Non lavoriamo su di noi per diventare finalmente degni di vivere.
Lavoriamo su di noi per smettere di rimandare la vita.
Perché forse l’autostima più vera non è pensare ogni giorno: “Io valgo.”
Forse è sentire:
“Posso esserci.”
“Posso desiderare.”
“Posso ricevere.”
“Posso vivere.”
“Posso tornare a me.”
“Posso desiderare.”
“Posso ricevere.”
“Posso vivere.”
“Posso tornare a me.”
E da lì, lentamente, qualcosa cambia.
Non perché diventi onnipotente.
Non perché la vita smetta di metterti alla prova.
Non perché ogni ferita sparisca.
Non perché la vita smetta di metterti alla prova.
Non perché ogni ferita sparisca.
Ma perché inizi a non vivere più solo come qualcuno che deve farcela.
Inizi a vivere come qualcuno che può finalmente abitarsi.
E quando una persona comincia ad abitarsi davvero, il mondo non diventa perfetto.
Ma diventa più ampio.
Più respirabile.
Più sensuale.
Più vero.
Più ricco.
Più sensuale.
Più vero.
Più ricco.
Forse è questa la forma più profonda di abbondanza.
Non avere tutto.
Ma tornare abbastanza presente da sentire che la vita può ancora attraversarti.
20 aprile 2026
Ci sono momenti della vita in cui iniziamo a sentirlo con più chiarezza.
Qualcosa non torna.
All’esterno magari continuiamo a fare le stesse cose di sempre.
Andiamo avanti.
Manteniamo i nostri ruoli.
Ci comportiamo come abbiamo sempre fatto.
Eppure dentro si fa strada una sensazione sottile.
Come se una parte di noi fosse diventata troppo stretta.
Come se stessimo vivendo dentro una forma che per molto tempo ci ha protetto, ma che ora non ci permette più di respirare davvero.
Molte persone chiamano questo stato confusione.
Altre lo chiamano crisi.
Altre ancora pensano semplicemente di avere qualcosa che non va.
In realtà, molto spesso, non c’è nulla di sbagliato.
C’è soltanto un momento in cui iniziamo a vedere ciò che prima non vedevamo:
quanto di noi è autentico, e quanto invece è adattamento.
Perché una parte importante del percorso interiore comincia proprio qui.
Non quando diventiamo qualcun altro.
Non quando costruiamo una nuova immagine di noi.
Ma quando iniziamo a distinguere chi siamo da ciò che abbiamo imparato a essere.
Non tutto ciò che chiamiamo “io” è davvero noi
Una delle cose più profonde da comprendere è questa:
non tutto ciò che chiamiamo personalità coincide con la nostra verità.
Molte delle parti con cui ci identifichiamo nascono come risposte.
Risposte all’ambiente.
Risposte all’educazione ricevuta.
Risposte alle ferite.
Risposte al bisogno di amore, appartenenza e sicurezza.
A volte diventiamo compiacenti perché abbiamo imparato che essere facili da amare ci protegge.
A volte diventiamo forti perché abbiamo imparato che mostrare vulnerabilità è pericoloso.
A volte diventiamo controllanti perché il caos ci ha fatto troppa paura.
A volte diventiamo invisibili perché esporsi ci è costato troppo.
A volte diventiamo forti perché abbiamo imparato che mostrare vulnerabilità è pericoloso.
A volte diventiamo controllanti perché il caos ci ha fatto troppa paura.
A volte diventiamo invisibili perché esporsi ci è costato troppo.
Con il tempo, queste strategie smettono di sembrarci strategie.
Ci sembrano identità.
Ci sembrano identità.
Diciamo:
“io sono fatto così”
“io sono sempre stato così”
“questo è il mio carattere
“io sono fatto così”
“io sono sempre stato così”
“questo è il mio carattere
Ma non sempre è vero.
Molto spesso quello che chiamiamo carattere è un vecchio adattamento diventato abitudine.
E il punto non è giudicarlo.
Perché quelle maschere, a un certo punto, ci sono servite davvero.
Perché quelle maschere, a un certo punto, ci sono servite davvero.
Il punto è capire se ci stanno ancora aiutando a vivere o se stanno iniziando a impedirci di essere.
Le maschere non sono finzione: sono sopravvivenza
Quando parliamo di maschere, è importante non farlo in modo superficiale.
La maschera non è semplicemente qualcosa di falso.
Non è teatro.
Non è ipocrisia.
Non è teatro.
Non è ipocrisia.
Molto spesso la maschera è stata un gesto di sopravvivenza interiore.
È il modo in cui ci siamo protetti.
Il modo in cui abbiamo provato a restare dentro il legame.
Il modo in cui abbiamo cercato di non perdere amore, approvazione, appartenenza.
Il modo in cui abbiamo provato a restare dentro il legame.
Il modo in cui abbiamo cercato di non perdere amore, approvazione, appartenenza.
Per questo non basta dire a qualcuno:
“sii te stesso”
Se per anni una persona ha dovuto adattarsi per sentirsi al sicuro, essere se stessa non le sembrerà subito liberatorio.
Potrà sembrarle pericoloso.
Esposto.
Instabile.
Potrà sentire paura.
Vergogna.
Incertezza.
Un senso di nudità interiore.
Incertezza.
Un senso di nudità interiore.
Ed è normale.
Perché togliere una maschera non significa solo smettere di fingere.
Significa anche rinunciare a una protezione.
Significa anche rinunciare a una protezione.
A volte è proprio per questo che continuiamo a restare in ruoli che non ci appartengono più.
Perché ci hanno dato un posto nel mondo.
Anche se quel posto, col tempo, ha iniziato a costarci troppo.
Perché ci hanno dato un posto nel mondo.
Anche se quel posto, col tempo, ha iniziato a costarci troppo.
I condizionamenti ci abitano più di quanto immaginiamo
Ci sono condizionamenti evidenti.
Le frasi che ci hanno ripetuto.
Le aspettative familiari.
I modelli sociali.
Le idee su cosa significhi essere forti, desiderabili, bravi, spirituali, maturi.
E poi ci sono condizionamenti molto più sottili.
Quelli che non riconosciamo subito perché parlano con la nostra stessa voce.
La voce che dice:
“non esagerare”
“non essere troppo”
“non deludere”
“non disturbare”
“non mostrare troppo bisogno”
“non mostrarti fragile”
“non farti vedere davvero”
A forza di ascoltarli, iniziamo a crederli naturali.
Li trasformiamo in standard interiori.
In giudizi.
In abitudini emotive.
In modi automatici di stare in relazione.
Il tuo stesso materiale mostra bene come spesso cerchiamo di cambiare attraverso la forza di volontà o attraverso ideali ricevuti dall’esterno, salvo poi accorgerci che quel tentativo non ci rende davvero felici e che i vecchi schemi riemergono.
E allora il problema non è che non ci stiamo impegnando abbastanza.
Il problema è che stiamo cercando di cambiare qualcosa che ancora non abbiamo riconosciuto davvero
Le aspettative familiari.
I modelli sociali.
Le idee su cosa significhi essere forti, desiderabili, bravi, spirituali, maturi.
E poi ci sono condizionamenti molto più sottili.
Quelli che non riconosciamo subito perché parlano con la nostra stessa voce.
La voce che dice:
“non esagerare”
“non essere troppo”
“non deludere”
“non disturbare”
“non mostrare troppo bisogno”
“non mostrarti fragile”
“non farti vedere davvero”
A forza di ascoltarli, iniziamo a crederli naturali.
Li trasformiamo in standard interiori.
In giudizi.
In abitudini emotive.
In modi automatici di stare in relazione.
Il tuo stesso materiale mostra bene come spesso cerchiamo di cambiare attraverso la forza di volontà o attraverso ideali ricevuti dall’esterno, salvo poi accorgerci che quel tentativo non ci rende davvero felici e che i vecchi schemi riemergono.
E allora il problema non è che non ci stiamo impegnando abbastanza.
Il problema è che stiamo cercando di cambiare qualcosa che ancora non abbiamo riconosciuto davvero
Come capiamo che stiamo vivendo dentro una maschera
Di solito non lo capiamo subito con la mente.
Lo sentiamo.
Lo sentiamo quando in certe situazioni diventiamo più rigidi.
Quando diciamo le cose giuste ma non quelle vere.
Quando ci sentiamo costantemente osservati.
Quando abbiamo paura di deludere.
Quando ci adattiamo così tanto da non sapere più cosa vogliamo davvero.
E il corpo, ancora una volta, partecipa.
Il corpo spesso lo sa prima della mente.
Può farcelo sentire così:
una tensione nello stomaco
una chiusura nel petto
la gola che si stringe
il respiro corto
la sensazione di doverci controllare
una stanchezza che compare sempre negli stessi contesti
A volte la maschera si riconosce proprio da questo.
Dal fatto che per mantenerla serve energia.
Serve controllo.
Serve trattenimento.
Ci sono persone che sembrano funzionare benissimo all’esterno e dentro si sentono sempre stanche.
Sempre in allerta.
Sempre un po’ lontane da sé.
Non perché siano fragili.
Ma perché stare dentro un’identità non più viva richiede uno sforzo continuo.
Lo sentiamo.
Lo sentiamo quando in certe situazioni diventiamo più rigidi.
Quando diciamo le cose giuste ma non quelle vere.
Quando ci sentiamo costantemente osservati.
Quando abbiamo paura di deludere.
Quando ci adattiamo così tanto da non sapere più cosa vogliamo davvero.
E il corpo, ancora una volta, partecipa.
Il corpo spesso lo sa prima della mente.
Può farcelo sentire così:
una tensione nello stomaco
una chiusura nel petto
la gola che si stringe
il respiro corto
la sensazione di doverci controllare
una stanchezza che compare sempre negli stessi contesti
A volte la maschera si riconosce proprio da questo.
Dal fatto che per mantenerla serve energia.
Serve controllo.
Serve trattenimento.
Ci sono persone che sembrano funzionare benissimo all’esterno e dentro si sentono sempre stanche.
Sempre in allerta.
Sempre un po’ lontane da sé.
Non perché siano fragili.
Ma perché stare dentro un’identità non più viva richiede uno sforzo continuo.
Il momento in cui iniziamo a riconoscerci davvero
Riconoscersi davvero non significa trovare subito una risposta definitiva alla domanda “chi sono?”
Molto più spesso significa iniziare a vedere cosa non siamo più.
Non sono più quella persona che dice sempre sì.
Non sono più solo quella persona forte che non chiede mai.
Non sono più soltanto la persona che tiene tutto insieme.
Non sono più l’immagine che ho costruito per essere accettato.
Questa fase può essere molto delicata.
Perché quando una vecchia identità si incrina, non sempre la nuova è già chiara.
C’è uno spazio di mezzo.
Uno spazio in cui non siamo più del tutto la vecchia versione di noi, ma non ci sentiamo ancora stabilmente nella nuova.
Il tuo materiale parla di passaggi interiori in cui i pensieri non bastano più, e si rende necessario rivolgersi a qualcosa di più diretto: il corpo, le sensazioni fisiche, le emozioni.
È spesso qui che il lavoro diventa vero.
Perché non stiamo più cercando un’etichetta.
Stiamo imparando a sentirci.
Molto più spesso significa iniziare a vedere cosa non siamo più.
Non sono più quella persona che dice sempre sì.
Non sono più solo quella persona forte che non chiede mai.
Non sono più soltanto la persona che tiene tutto insieme.
Non sono più l’immagine che ho costruito per essere accettato.
Questa fase può essere molto delicata.
Perché quando una vecchia identità si incrina, non sempre la nuova è già chiara.
C’è uno spazio di mezzo.
Uno spazio in cui non siamo più del tutto la vecchia versione di noi, ma non ci sentiamo ancora stabilmente nella nuova.
Il tuo materiale parla di passaggi interiori in cui i pensieri non bastano più, e si rende necessario rivolgersi a qualcosa di più diretto: il corpo, le sensazioni fisiche, le emozioni.
È spesso qui che il lavoro diventa vero.
Perché non stiamo più cercando un’etichetta.
Stiamo imparando a sentirci.
Identità autentica non significa assenza di paura
Molte persone immaginano l’autenticità come uno stato perfetto.
Come se essere autentici volesse dire:
non avere dubbi
non avere condizionamenti
non avere più paura
sapere sempre cosa dire
sapere sempre chi si è
Ma la realtà è più umana.
L’identità autentica non è una posa sicura.
È una relazione più sincera con ciò che siamo, anche mentre stiamo ancora crescendo.
Essere autentici può voler dire dire una verità con la voce che trema.
Mettere un confine sentendo paura.
Riconoscere che qualcosa non ci rappresenta più, anche se non sappiamo ancora cosa verrà dopo.
Smettere di forzare un’immagine.
A volte autenticità significa proprio questo:
non avere ancora tutte le risposte, ma smettere di mentirsi.
Come se essere autentici volesse dire:
non avere dubbi
non avere condizionamenti
non avere più paura
sapere sempre cosa dire
sapere sempre chi si è
Ma la realtà è più umana.
L’identità autentica non è una posa sicura.
È una relazione più sincera con ciò che siamo, anche mentre stiamo ancora crescendo.
Essere autentici può voler dire dire una verità con la voce che trema.
Mettere un confine sentendo paura.
Riconoscere che qualcosa non ci rappresenta più, anche se non sappiamo ancora cosa verrà dopo.
Smettere di forzare un’immagine.
A volte autenticità significa proprio questo:
non avere ancora tutte le risposte, ma smettere di mentirsi.
Tornare a sé è un gesto di verità e di amore
A un certo punto, riconoscersi davvero diventa anche un atto d’amore.
Non un amore astratto.
Non un’idea.
Un amore concreto.
Quello che ci fa smettere di trattarci come un progetto da correggere.
Quello che ci permette di guardarci con più verità e meno violenza.
Quello che ci fa sentire che non siamo sbagliati, ma spesso solo molto adattati.
Questo cambia molto.
Perché finché pensiamo di essere sbagliati, cerchiamo di aggiustarci.
Quando iniziamo a vedere che siamo stati adattati, possiamo finalmente ascoltarci.
E da lì tutto comincia a spostarsi.
Le relazioni.
Le scelte.
I confini.
Il corpo.
Il modo in cui ci esponiamo nel mondo.
Riconoscersi davvero non è un esercizio mentale.
È un processo di disvelamento.
È il momento in cui iniziamo a togliere, poco alla volta, ciò che non ci appartiene più.
Per lasciare emergere qualcosa di più semplice, più vivo, più vero.
Non un amore astratto.
Non un’idea.
Un amore concreto.
Quello che ci fa smettere di trattarci come un progetto da correggere.
Quello che ci permette di guardarci con più verità e meno violenza.
Quello che ci fa sentire che non siamo sbagliati, ma spesso solo molto adattati.
Questo cambia molto.
Perché finché pensiamo di essere sbagliati, cerchiamo di aggiustarci.
Quando iniziamo a vedere che siamo stati adattati, possiamo finalmente ascoltarci.
E da lì tutto comincia a spostarsi.
Le relazioni.
Le scelte.
I confini.
Il corpo.
Il modo in cui ci esponiamo nel mondo.
Riconoscersi davvero non è un esercizio mentale.
È un processo di disvelamento.
È il momento in cui iniziamo a togliere, poco alla volta, ciò che non ci appartiene più.
Per lasciare emergere qualcosa di più semplice, più vivo, più vero.
I primi passi per iniziare
Questo percorso non richiede grandi rivoluzioni immediate.
Richiede sincerità.
Puoi iniziare da domande semplici:
Dove mi sto adattando troppo?
Dove ho paura di mostrarmi?
Dove sento di dover controllare la mia immagine?
Quali parti di me vengono fuori solo per ottenere approvazione o sicurezza?
In quali situazioni il corpo si chiude, si irrigidisce o si affatica?
Queste domande non servono per giudicarti.
Servono per rivederti.
Perché spesso la trasformazione inizia proprio così:
non quando troviamo subito chi siamo, ma quando smettiamo di identificarci ciecamente con ciò che abbiamo indossato per sopravvivere.
Richiede sincerità.
Puoi iniziare da domande semplici:
Dove mi sto adattando troppo?
Dove ho paura di mostrarmi?
Dove sento di dover controllare la mia immagine?
Quali parti di me vengono fuori solo per ottenere approvazione o sicurezza?
In quali situazioni il corpo si chiude, si irrigidisce o si affatica?
Queste domande non servono per giudicarti.
Servono per rivederti.
Perché spesso la trasformazione inizia proprio così:
non quando troviamo subito chi siamo, ma quando smettiamo di identificarci ciecamente con ciò che abbiamo indossato per sopravvivere.
Conclusione
Molto di ciò che chiamiamo “io” è stato costruito per proteggerci.
E per questo merita rispetto.
Ma arriva un momento in cui la protezione non basta più.
Arriva un momento in cui qualcosa dentro chiede più verità.
Più respiro.
Più spazio.
Più aderenza a ciò che siamo davvero.
Riconoscersi davvero è questo.
Iniziare a distinguere la propria essenza dalle proprie maschere.
La propria verità dai propri adattamenti.
Il proprio sentire dalle aspettative interiorizzate.
Non per diventare perfetti.
Non per inventare un nuovo personaggio più spirituale o più forte.
Ma per tornare, poco alla volta, a una vita più nostra.
E per questo merita rispetto.
Ma arriva un momento in cui la protezione non basta più.
Arriva un momento in cui qualcosa dentro chiede più verità.
Più respiro.
Più spazio.
Più aderenza a ciò che siamo davvero.
Riconoscersi davvero è questo.
Iniziare a distinguere la propria essenza dalle proprie maschere.
La propria verità dai propri adattamenti.
Il proprio sentire dalle aspettative interiorizzate.
Non per diventare perfetti.
Non per inventare un nuovo personaggio più spirituale o più forte.
Ma per tornare, poco alla volta, a una vita più nostra.
25 marzo 2026
Molte persone parlano di libertà.
Libertà di scegliere, di vivere come vogliamo, di seguire i nostri sogni.
Eppure, nella vita quotidiana, pochissime persone si sentono davvero libere.
Non libere nel senso esterno, ma in un senso più profondo:
la libertà di essere sé stesse.
La libertà di esprimere ciò che sentono.
La libertà di dire di no.
La libertà di mostrare la propria vulnerabilità.
La libertà di non adattarsi continuamente per essere accettati.
Molti vivono dentro una specie di invisibile gabbia fatta di aspettative, paure e ruoli.
Non libere nel senso esterno, ma in un senso più profondo:
la libertà di essere sé stesse.
La libertà di esprimere ciò che sentono.
La libertà di dire di no.
La libertà di mostrare la propria vulnerabilità.
La libertà di non adattarsi continuamente per essere accettati.
Molti vivono dentro una specie di invisibile gabbia fatta di aspettative, paure e ruoli.
Una gabbia che spesso non è stata scelta consapevolmente, ma costruita nel tempo.
La buona notizia è che il potere personale inizia proprio qui:
nel momento in cui cominciamo a vedere queste dinamiche.
La buona notizia è che il potere personale inizia proprio qui:
nel momento in cui cominciamo a vedere queste dinamiche.
Cos'è davvero la libertà interiore
Quando si parla di libertà personale spesso si pensa a fare quello che si vuole.
Ma la libertà interiore non è questo.
Ma la libertà interiore non è questo.
Non significa essere sempre spontanei.
Non significa ignorare gli altri.
E non significa nemmeno ribellarsi a tutto.
La vera libertà è qualcosa di molto più sottile.
È la possibilità di rimanere in contatto con sé stessi anche quando il mondo attorno a noi ci spinge a essere diversi.
È poter sentire ciò che proviamo senza doverlo reprimere.
È poter scegliere invece di reagire automaticamente.
La libertà interiore nasce quando iniziamo a smettere di vivere solo per essere accettati.
Molte persone non si rendono conto di quanto il bisogno di approvazione guidi la loro vita.
A volte influenza:
- le relazioni che scegliamo
- il lavoro che facciamo
- il modo in cui mostriamo le emozioni
- perfino il modo in cui viviamo il nostro corpo e la nostra sessualità.
Dove perdiamo il nostro potere personale
La perdita del potere personale raramente avviene in modo evidente.
Succede lentamente, attraverso piccoli adattamenti.
Succede lentamente, attraverso piccoli adattamenti.
All’inizio impariamo che per essere amati dobbiamo comportarci in un certo modo.
Poi impariamo che alcune parti di noi sono più accettabili di altre.
Poi impariamo che alcune parti di noi sono più accettabili di altre.
Così iniziamo a:
- trattenere ciò che sentiamo
- evitare conflitti
- cercare continuamente conferme
- nascondere vulnerabilità
- controllare l’immagine che diamo agli altri.
Con il tempo questo può portarci a una sensazione molto diffusa:
non sapere più bene chi siamo davvero.
non sapere più bene chi siamo davvero.
Molte persone arrivano ai percorsi di crescita personale proprio in questo punto della loro vita.
Sentono che qualcosa dentro chiede più autenticità.
Sentono che qualcosa dentro chiede più autenticità.
La paura del giudizio: il grande blocco invisibile
Uno degli ostacoli più forti alla libertà di essere sé stessi è la paura del giudizio.
Non si tratta solo del giudizio degli altri.
Spesso il giudizio più duro è quello che abbiamo interiorizzato dentro di noi.
Una voce interna che dice:
- non dovresti essere così
- stai esagerando
- non è il momento
- cosa penseranno gli altri.
Questa voce nasce spesso da esperienze passate, dall'educazione ricevuta e dal bisogno umano di appartenenza.
Il problema non è avere paura del giudizio.
È lasciare che questa paura guidi tutte le nostre scelte.
Quando succede, smettiamo gradualmente di ascoltarci davvero.
Il momento in cui qualcosa cambia
Nella vita di molte persone arriva un momento preciso.
Un momento in cui si accorgono che continuare a vivere adattandosi continuamente è troppo faticoso.
A volte accade dopo una relazione che finisce.
A volte durante un periodo di crisi.
A volte semplicemente perché dentro cresce una sensazione sempre più chiara.
Una domanda inizia ad emergere:
"Chi sono io davvero quando smetto di cercare di piacere a tutti?"
Questo è spesso l'inizio del recupero del proprio potere personale.
Non è un cambiamento immediato.
È un processo.
Tornare al corpo per tornare a sé stessi
Una cosa che molte persone scoprono lungo questo percorso è che la libertà non è solo mentale.
Non si trova solo capendo delle cose.
Si trova anche tornando a sentire.
Il corpo è il luogo in cui la nostra verità è più difficile da falsificare.
Quando viviamo troppo nella testa possiamo convincerci di molte cose.
Ma il corpo spesso racconta un'altra storia:
- tensione
- blocchi
- emozioni trattenute
- energia compressa.
Per questo molte pratiche di consapevolezza lavorano proprio sul respiro, sul movimento, sulla presenza nel corpo.
Quando torniamo a sentire davvero, qualcosa dentro inizia a riallinearsi.
Ed è spesso lì che ricompare una sensazione che molte persone avevano perso:
la sensazione di essere vivi.
La libertà non è diventare perfetti
Un altro equivoco molto diffuso è pensare che per essere sé stessi bisogna prima risolvere tutto.
Essere completamente sicuri.
Essere sempre centrati.
Non avere più paure.
In realtà il percorso è diverso.
La libertà di essere sé stessi include anche:
- l'imperfezione
- le emozioni difficili
- i momenti di confusione
- le parti di noi che stanno ancora crescendo
Paradossalmente, più accettiamo questo, più diventiamo autentici.
I primi passi per iniziare
Recuperare la libertà interiore non significa stravolgere tutta la propria vita da un giorno all'altro.
Spesso inizia con piccoli cambiamenti di consapevolezza.
Ad esempio:
- iniziare a notare quando stiamo dicendo sì ma dentro sentiamo un no
- accorgerci di quando cambiamo comportamento per paura di non essere accettati
- dare spazio alle emozioni invece di reprimerle immediatamente
- permetterci momenti di ascolto reale di ciò che sentiamo
Sono passaggi semplici, ma profondi.
Ed è spesso così che il potere personale torna gradualmente nelle nostre mani.
Conclusione
La libertà di essere sé stessi non è una meta lontana riservata a poche persone.
È qualcosa che inizia quando smettiamo di ignorare ciò che sentiamo davvero.
Non significa smettere di avere paura.
Significa iniziare a non lasciare che sia la paura a decidere tutto.
Ogni volta che scegliamo di essere un po’ più autentici, qualcosa dentro si riallinea
Ed è spesso proprio da lì che inizia una trasformazione reale.
Se vuoi contenuti più vivi e pratici entra nel canale WhatsApp:
05 marzo 2026
Una domanda che sento farmi spessisimo in seduta: “Da dove inizio? Sono confusa e non so da dove partire?”
“Dal richiamo della tua Anima.”
“Dal richiamo della tua Anima.”
“Si ma cos’è concretamente quella che chiami Anima?”
É la tua natura istintuale, la tua parte animale, quella che ti dice che una cosa va bene per te anche se non la hai mai provata, o il contrario, ti dice di dartela a gambe anche se non sai bene quale è il pericolo.
La società ci addomestica così tanto a seguire ciò che è “giusto” da ciò che va veramente bene per noi, che ci rende veramente felici, che arriva un momento della vita in cui disimpariamo completamente ad ascoltare la voce dell’Anima e impariamo a sentire solo quella della mente.
E questo viene fatto inculcando talmente a fondo la paura della punizione (senso di colpa) o dell’emarginazione in conseguenza dell’errore (vergogna), che alla fine diventiamo i carcerieri di noi stessi.
A tal punto che incominciamo ad accettare anche l’inaccettabile!
Una cosa che dico spesso è che madre natura ci ha fornito l’energia della rabbia per auto-conservarci e realizzarci, ma oggi questa energia è quasi del tutto disapprovata.
Quando ancora vivevamo nelle caverne e il pericolo dell’incolumità fisica era molto più frequente, aver avuto anche solo un attimo di esitazione nel difenderci ci sarebbe costata la vita.
Oggi per fortuna i pericoli imminenti rispetto alla vita fisica sono molto meno presenti.
In compenso però quelli emotivi sono sempre dietro l’angolo.
E per emotivi non intendo solo il collega o il partner che ti attaccano o offendono, ma tutte quelle situazioni in cui la verità della tua Anima viene messa in discussione da persone o situazioni.
Ma che c’entra tutto questo con il titolo del post?
Semplice. Quello che ho appena scritto serve a verificare quanto sei in contatto con la tua parte profonda.
Se di fronte a qualsiasi stimolo che cerca di portarti lontano dalla tua verità interiore, non hai la reazione immediata di ritirarti e ritornare a te, così come ce l’avrebbe avuta un nostro antenato di fronte a un animale selvatico che avesse messo in discussione la sua vita, allora c’è davvero qualcosa che non sta funzionando.
Ed è assolutamente li che devi guardare!
É la tua natura istintuale, la tua parte animale, quella che ti dice che una cosa va bene per te anche se non la hai mai provata, o il contrario, ti dice di dartela a gambe anche se non sai bene quale è il pericolo.
La società ci addomestica così tanto a seguire ciò che è “giusto” da ciò che va veramente bene per noi, che ci rende veramente felici, che arriva un momento della vita in cui disimpariamo completamente ad ascoltare la voce dell’Anima e impariamo a sentire solo quella della mente.
E questo viene fatto inculcando talmente a fondo la paura della punizione (senso di colpa) o dell’emarginazione in conseguenza dell’errore (vergogna), che alla fine diventiamo i carcerieri di noi stessi.
A tal punto che incominciamo ad accettare anche l’inaccettabile!
Una cosa che dico spesso è che madre natura ci ha fornito l’energia della rabbia per auto-conservarci e realizzarci, ma oggi questa energia è quasi del tutto disapprovata.
Quando ancora vivevamo nelle caverne e il pericolo dell’incolumità fisica era molto più frequente, aver avuto anche solo un attimo di esitazione nel difenderci ci sarebbe costata la vita.
Oggi per fortuna i pericoli imminenti rispetto alla vita fisica sono molto meno presenti.
In compenso però quelli emotivi sono sempre dietro l’angolo.
E per emotivi non intendo solo il collega o il partner che ti attaccano o offendono, ma tutte quelle situazioni in cui la verità della tua Anima viene messa in discussione da persone o situazioni.
Ma che c’entra tutto questo con il titolo del post?
Semplice. Quello che ho appena scritto serve a verificare quanto sei in contatto con la tua parte profonda.
Se di fronte a qualsiasi stimolo che cerca di portarti lontano dalla tua verità interiore, non hai la reazione immediata di ritirarti e ritornare a te, così come ce l’avrebbe avuta un nostro antenato di fronte a un animale selvatico che avesse messo in discussione la sua vita, allora c’è davvero qualcosa che non sta funzionando.
Ed è assolutamente li che devi guardare!
Tutti i bambini hanno sogni, nessuno escluso.
Tutti i bambini già sanno in maniera naturale cosa li rende felici e cosa no, nessuno escluso.
E tu ricordi cosa volevi fare? Cosa ti rendeva felice?
Se la risposta è "si" sei già a buon punto.
Ma se è no, sei davvero in un bel guaio.
É facile che tu oggi non sappia più cosa ti rende felice.
Come è molto probabile che tu sia una persona accomodante che tende a far contento il prossimo di turno, rinunciando a te stessa.
Tutti i bambini già sanno in maniera naturale cosa li rende felici e cosa no, nessuno escluso.
E tu ricordi cosa volevi fare? Cosa ti rendeva felice?
Se la risposta è "si" sei già a buon punto.
Ma se è no, sei davvero in un bel guaio.
É facile che tu oggi non sappia più cosa ti rende felice.
Come è molto probabile che tu sia una persona accomodante che tende a far contento il prossimo di turno, rinunciando a te stessa.
E ancora, è molto probabile che tu viva stati di profonda tristezza e rabbia senza conoscerne il motivo.
Che a tratti nella vita sono anche sfociati in stati depressivi, di umore molto molto basso.
Da dove inizia tutto questo?
Da quando eri bambino, bambina e mentre facevi quello che ti piaceva l’adulto che badava a te non ha rinforzato le tue passioni con un brava, bravo.
O peggio ancora le ha criticate, apertamente o implicitamente.
O magari sei stata tu che hai interpretato qualche loro comportamento come una non approvazione.
Magari vedevi sempre mamma stanca e hai pensato che il tempo che dedicavi alle tue cose, anche solo al gioco, fosse tempo utile che toglievi per aiutarla a essere meno stanca.
O magari papà si arrabbiava e hai immaginato che fosse per colpa tua.
E ecco che si crea la ferità da baratto d’amore.
Se io sarà bravo, brava, papà e mamma mi ameranno per sempre e sempre di più. Non importa se questo significhi rinunciare a me stessa.
E oggi magari stai facendo ancora la stessa cosa con il tuo partner attuale.
Non fai quello che ti piace perché altrimenti lui, lei ti lascerebbe.
O magari invece del partner è il tuo migliore amico, o il tuo capo o chissà chi altro.
Ma riesci a vedere quanta tristezza provi quando ti abbandoni così?
E quanta tristezza e rabbia provavi da bambina quando i tuoi non vedevano le tue passioni, ciò che ti rendeva felice?
Se non contatti profondamente quella tristezza e quella rabbia e non le senti nelle viscere, fino a lasciarle andare, questa storia continuerà a ripetersi all’infinito.
E tu sarai sempre più separata dai tuoi sogni, dalla tua Anima, dalla tua realizzazione, dalla felicità, dal denaro, dall’Amore, dal sesso, dalla gioia.
Insomma da tutto quello per cui vale la pena Vivere!
Che a tratti nella vita sono anche sfociati in stati depressivi, di umore molto molto basso.
Da dove inizia tutto questo?
Da quando eri bambino, bambina e mentre facevi quello che ti piaceva l’adulto che badava a te non ha rinforzato le tue passioni con un brava, bravo.
O peggio ancora le ha criticate, apertamente o implicitamente.
O magari sei stata tu che hai interpretato qualche loro comportamento come una non approvazione.
Magari vedevi sempre mamma stanca e hai pensato che il tempo che dedicavi alle tue cose, anche solo al gioco, fosse tempo utile che toglievi per aiutarla a essere meno stanca.
O magari papà si arrabbiava e hai immaginato che fosse per colpa tua.
E ecco che si crea la ferità da baratto d’amore.
Se io sarà bravo, brava, papà e mamma mi ameranno per sempre e sempre di più. Non importa se questo significhi rinunciare a me stessa.
E oggi magari stai facendo ancora la stessa cosa con il tuo partner attuale.
Non fai quello che ti piace perché altrimenti lui, lei ti lascerebbe.
O magari invece del partner è il tuo migliore amico, o il tuo capo o chissà chi altro.
Ma riesci a vedere quanta tristezza provi quando ti abbandoni così?
E quanta tristezza e rabbia provavi da bambina quando i tuoi non vedevano le tue passioni, ciò che ti rendeva felice?
Se non contatti profondamente quella tristezza e quella rabbia e non le senti nelle viscere, fino a lasciarle andare, questa storia continuerà a ripetersi all’infinito.
E tu sarai sempre più separata dai tuoi sogni, dalla tua Anima, dalla tua realizzazione, dalla felicità, dal denaro, dall’Amore, dal sesso, dalla gioia.
Insomma da tutto quello per cui vale la pena Vivere!
Che scritto così sembra l’ingiunzione di un prete inquisitore.
E invece è l’esatto contrario.
Perché buona parte della manipolazione nella nostra società, è passata per cambiare significato alle parole.
Il significato che oggigiorno gli si da, ovvero quello di deviazione rispetto alle pratiche sessuali "standard", non è quello originario.
Il termine giusto in questo caso sarebbe parafilie.
In primis perversione è un termine che non riguarda solo la sfera della sessualità, ma quello del rapporto con il piacere in generale.
E il vero significato è qualcosa che assomiglia a “un comportamento che attiva la ricerca e l’aspettativa del piacere in se o nell’altro, senza arrivare al picco del piacere.”
Vi sarà capitato anche a voi nella vita quella persona così carina e gentile con voi, che a tratti faceva anche battutine o aveva comportamenti allusivi, ma poi quando voi siete uscite allo scoperto rispetto al vostro desiderio, ha negato tutto facendo intendere che avevamo capito male?
O magari siamo stati noi con qualcun altro a comportarci così?
Non importa da quale parte della barricata ci trovavamo, la somma degli addendi non cambia.
Che siamo noi a comportarci così o che siano persone e situazioni che tendiamo a rincontrare nella nostra vita, la causa è sempre la stessa.
Non stiamo vedendo i nostri sensi di colpa nel concederci quello che desideriamo e diventiamo perversi con noi e con gli altri e gli altri con noi!
E ripeto, non è qualcosa che riguarda solo la sfera sessuale.
Siamo perversi tutte le volte che desideriamo quel cibo che tanto ci piace, ma incominciamo a mettere tutta una serie di scuse relative all’aspetto fisico o alla salute e ce lo vietiamo.
Siamo perversi tutte le volte che amiamo Tizio, ma decidiamo di vivere con Pincopallo.
Siamo perversi quando riempiamo di regali e attenzioni chi ci è intorno e poi non riusciamo neanche a prenderci un giorno di riposo per noi stessi, magari in una bella spa.
Siamo perversi quando di fronte a un rifiuto rimaniamo inchiodati lì, invece di andarci a prendere tutte le meraviglie che il mondo ci offre.
Siamo perversi quando non riusciamo ad accettare un “ma quanto sei bella”, “ti vedo in splendida forma” o “come ti sta bene quel vestito” senza sentirci sbagliati o che ci stanno prendendo in giro.
Siamo perversi quando durante o dopo ogni rapporto ci prende una vulvodinia, una cistite, un’impotenza, una anorgasmia.
Siamo pervertiti quando non riusciamo a dire un “ti voglio bene”, un “mi piacerebbe tanto rivederti e chiacchierare con te” o il contrario “mi stai sul caxxo e non ti voglio più vedere”.
Insomma il piacere, ma soprattutto la sua negazione entra in così tanti campi della vita. che la tua Anima letteralmente schifa la perversione e si separa da te quando gliela fai subire.
Perversione e direzione e scopo di vita, sono cose che non possono coesistere nello stesso “qui e ora”.
Quindi se vuoi davvero raggiungere quello che sei venuta, venuto a fare qui, la prima cosa che devi fare è riprendere contatto con i tuoi organi del piacere, con la tua vulva, il tuo clitoride il tuo utero o il pene e la prostata e tutto quello che li circonda.
Quelle sono le antenne del tuo piacere e senza antenne non c’è ricezione del segnale!
Una delle cose che più di tutte spaventa, rispetto a prendersi la piena responsabilità della direzione della propria vita e quindi della propria felicità, è il fatto di non saper cosa fare, da dove iniziare.
O detto in un altro modo, la paura di diventare responsabile di ogni singola scelta della propria quotidianità, di non avere più nessuno che ci dica dall’esterno cosa ci rende felice e cosa no.
É qui che la maggior parte delle persone molla e non prova neanche a iniziare il proprio viaggio.
Se ti dicessi che in realtà non c’è possibilità per te di rimanere senza guida, penseresti che sia solo una frase fatta, senza nessun riscontro con la realtà.
Ma pensa una cosa semplice. Mettiamo che tu sia già a conoscenza di cosa ti piacerebbe fare della tua vita.
Facciamo finta che senti una spinta a diventare per esempio artista, a fare qualcosa che abbia a che fare con la pittura..
Ma attualmente magari lavori in qualche ufficio, facendo un lavoro che ti mantiene ma non ti rende felice.
Se io ti dicessi ad esempio di iniziare facendo un corso da assistente veterinaria, o da pasticciera, sentiresti immediatamente dentro di te una sensazione che corrisponde a un “NO!” netto, senza lasciare spazio al dubbio.
Ecco la guida è proprio quella sensazioni li!
Dici che è troppo facile?
Ma fin troppo spesso andiamo alla ricerca di soluzioni eccezionali quando le chiavi le abbiamo già in mano, ma non le vediamo.
Smetti di chiederti quale è il prossimo passo da fare.
Chiediti invece quale sono le cose che ti rimettono in connessione con qualla guida interiore che è sempre presente.
Chiediti quando e dove hai perso il contatto con la tua Anima e come fare a ritrovarlo.
E lei ti indicherà la via in modi e maniere che neanche immagini!
E allora la tua vita è piena di chiarezza.
Ma non la stai ascoltando.
La confusione nasce da una chiarezza interiore non accettata, giudicata.
Facciamo un esempio concreto.
Ti sarà sicuramente capitato almeno una volta nella tua vita di aver avuto una chiarezza importante su qualcosa e poi è arrivato il sapientino di turno che ti ha detto che no, le cose non stavano come pensavi tu.
Ricorda cosa è successo subito dopo.
Eh sì, è nato un senso di smarrimento, di profonda confusione.
Come dico sempre, la verità non è un pensiero, non è un concetto, è un senso.
La realtà è condivisa, universale, mentre la verità è profondamente personale.
E solo tu ne sei l’unica detentrice. Nessuno può dirti dall’esterno cosa è vero o falso per te.
È l'Anima che sta cercando di indicarti la via.
E ogni volta che una verità sorge dalla tua interiorità, dalle tue profondità e un sistema di credenze interno o esterno la mette in discussione, il risultato è la confusione.
Quindi tanta confusione, tanta chiarezza, verità negata.
La prossima volta che proverai confusione chiediti: “Quale verità ho rifiutato poco fa dentro di me?"
È davvero uno schifo vero?
Quando mi capita mi prende uno sconforto indicibile.
Mi sento come un bebè abbandonato al centro di un deserto di migliaia di chilometri di circonferenza.
E quante volte mi sono sentito così in vita mia, senza sapere cosa fare!
Oggi so che quel deserto è fatto solo dalla distanza che mi separa dalla mia anima e che ogni pensiero, davvero ogni, è assolutamente inutile per ricentrarmi.
E alla disperazione molto velocemente sostituisco la riconnessione.
Da lì in poi ho saputo cosa stavo cercando e ho smesso di darmi colpe per essermi perso così tante volte prima.
Era davvero impossibile trovare quello che stavo cercando senza sapere cos'era.
A volte qualche risposta arrivava da un libro, da un consiglio, da una formazione.
Ma era sempre momentanea.
Perché l’Anima non parla con una lingua fatta di lettere e parole.
Parla una lingua fatta di sensazioni, di sguardi, di carezze, di abbracci.
Cose che idealmente avremmo dovuto ricevere nell’infanzia, ma che spesso le nostre madri non avendole ricevute loro per prime, non sapevano come dare.
E da lì si forma un buco interiore, una mancanza, che non è fatta di amore non ricevuto, ma dalla mancanza dell’apprendimento del movimento interiore da fare per riconnetterci a quell’Amore che è sempre dentro di noi.
E che tutto cambia, tutto nutre!
Che non toglie le difficoltà, ma le illumina di una luce sempre accesa!
Il Tantra per me è stato tutto questo ed è per questo ho deciso che non era giusto non diffonderlo.
Se sei curioso/a scrivimi in privato per qualsiasi domanda o informazione.
Buona rinascita a tutti noi!
Hai mai fatto caso a quanto la vita è diversa quando hai voglia di fare l’amore?
A quanto ogni cosa è più luminosa, a quanto sei più gioiosa e quanto anche gli strxxxzi ti sembrino simpatici?
Non solo nella sfera sessuale, ma in modo pervasivo in ogni aspetto della tua vita.
Fino a qui ti ho fatto mettere l’attenzione di quanto il desiderio sessuale alzi la tua vitalità.
Ma proviamo a fare anche la considerazione contraria.
Ovvero non c’è uno stato di altà vitalità senza un naturale desiderio sessuale!
E quale sono le credenze socialmente accettate rispetto a chi ha un’alta libido, ovvero ha spesso voglia di fare l’amore?
Che è una persona frivola!
Ovviamente con un'accezione negativa!
Sei “troppo”, “vuoi troppo”, “pensi a una sola cosa”, “pensi con la vulva/con il pene”, ecc. ecc. ecc.
Ora metti insieme tutto quello che abbiamo appena detto e ti accorgerai che definire il tuo essere piena di desiderio è stata una grande manipolazione per tenerti buona.
E se di desiderio ne senti poco, probabilmente questa manipolazione ha già agito nel profondo.
Ma non disperare, come è stata costruita, può essere decostruita.
A te la scelta se vuoi una vita “frivola”!
Iscriviti a:
Post (Atom)













Social Media
Search