Nella vita può capitare che non si stia male necessariamente in modo evidente.
Magari lavori.
Fai quello che devi fare.
Rispondi ai messaggi.
Porti avanti gli impegni.
Cerchi di essere una persona presente, disponibile, capace, adulta.
Fai quello che devi fare.
Rispondi ai messaggi.
Porti avanti gli impegni.
Cerchi di essere una persona presente, disponibile, capace, adulta.
Eppure, sotto sotto, qualcosa sembra essersi spento.
Non è sempre un dolore drammatico.
A volte è più sottile.
A volte è più sottile.
È la sensazione di vivere con il freno tirato.
Di non goderti davvero quello che hai.
Di non riuscire a ricevere fino in fondo ciò che arriva.
Di sentirti spesso in difetto, anche quando nessuno ti sta accusando.
Di dover dimostrare qualcosa, anche quando nessuno te lo ha chiesto.
Di non goderti davvero quello che hai.
Di non riuscire a ricevere fino in fondo ciò che arriva.
Di sentirti spesso in difetto, anche quando nessuno ti sta accusando.
Di dover dimostrare qualcosa, anche quando nessuno te lo ha chiesto.
E allora inizi a pensare che il problema sia la tua autostima.
Ti dici che dovresti credere di più in te.
Che dovresti essere più sicuro.
Più determinato.
Più forte.
Più risolto.
Più centrato.
Che dovresti essere più sicuro.
Più determinato.
Più forte.
Più risolto.
Più centrato.
Così cominci a lavorare su di te come se fossi un progetto da aggiustare.
Leggi, ascolti, rifletti, analizzi, provi a migliorarti.
E tutto questo può essere utile, certo.
E tutto questo può essere utile, certo.
Ma a volte, senza accorgertene, trasformi anche la crescita personale nell’ennesimo campo di battaglia.
Un altro luogo in cui devi dimostrare di essere abbastanza.
Abbastanza consapevole.
Abbastanza evoluto.
Abbastanza guarito.
Abbastanza spirituale.
Abbastanza performante anche nel tuo percorso interiore.
Abbastanza evoluto.
Abbastanza guarito.
Abbastanza spirituale.
Abbastanza performante anche nel tuo percorso interiore.
Ma forse il punto non è diventare finalmente abbastanza.
Forse il punto è tornare vivo.
Non devi migliorarti per meritarti la vita
Molte persone confondono l’autostima con una specie di autorizzazione finale.
Come se prima dovessero sistemare tutto di sé e solo dopo potessero vivere davvero.
Prima devo essere più sicuro, poi mi espongo.
Prima devo essere più risolto, poi entro in relazione.
Prima devo essere più stabile, poi scelgo.
Prima devo essere più bello, più capace, più interessante, più forte, poi mi concedo di desiderare.
Prima devo essere più risolto, poi entro in relazione.
Prima devo essere più stabile, poi scelgo.
Prima devo essere più bello, più capace, più interessante, più forte, poi mi concedo di desiderare.
È come se la vita venisse sempre rimandata a dopo.
Dopo la guarigione.
Dopo la trasformazione.
Dopo il lavoro su di sé.
Dopo l’ennesima versione migliorata di noi stessi.
Dopo la trasformazione.
Dopo il lavoro su di sé.
Dopo l’ennesima versione migliorata di noi stessi.
Il problema è che quel “dopo” spesso non arriva mai.
Perché se parti dall’idea di essere sbagliato, ogni passo di crescita rischia di diventare una conferma del fatto che qualcosa in te non va ancora bene.
Anche quando migliori, senti che manca qualcosa.
Anche quando ottieni risultati, ti sembrano insufficienti.
Anche quando qualcuno ti ama, fai fatica a crederci davvero.
Anche quando la vita ti offre qualcosa, una parte di te resta contratta.
Anche quando ottieni risultati, ti sembrano insufficienti.
Anche quando qualcuno ti ama, fai fatica a crederci davvero.
Anche quando la vita ti offre qualcosa, una parte di te resta contratta.
Questa non è solo mancanza di autostima.
È una difficoltà più profonda a sentirti degno di vivere pienamente.
E qui l’autostima smette di essere una frase motivazionale.
Non si tratta semplicemente di guardarti allo specchio e dirti che vali.
Si tratta di sentire, nel corpo, che non devi guadagnarti il diritto di esistere.
Non devi diventare perfetto per respirare.
Non devi essere impeccabile per occupare spazio.
Non devi essere sempre utile per meritare amore.
Non devi dimostrare continuamente qualcosa per avere diritto alla tua vita.
Non devi essere impeccabile per occupare spazio.
Non devi essere sempre utile per meritare amore.
Non devi dimostrare continuamente qualcosa per avere diritto alla tua vita.
Questa è una soglia importante.
Perché finché cerchi di costruire autostima solo attraverso risultati, approvazione o controllo, resti dipendente da qualcosa fuori di te.
Se le cose vanno bene, ti senti qualcuno.
Se le cose vanno male, crolli.
Se le cose vanno male, crolli.
Ma un’autostima più radicata nasce quando inizi a tornare in relazione con te stesso anche quando non performi, non piaci, non controlli, non riesci.
Quando puoi guardarti con più verità, ma anche con più rispetto.
Non per assolverti da tutto.
Non per evitare le tue responsabilità.
Ma per smettere di trattarti come un problema da correggere.
Non per evitare le tue responsabilità.
Ma per smettere di trattarti come un problema da correggere.
Il desiderio non è un capriccio
Quando si parla di desiderio, molte persone si irrigidiscono.
Perché il desiderio è una parola potente.
E spesso anche scomoda.
E spesso anche scomoda.
Siamo abituati a pensarlo come qualcosa di secondario, infantile, egoista o pericoloso.
Prima vengono i doveri.
Poi, forse, il piacere.
Poi, forse, il piacere.
Prima bisogna essere responsabili.
Poi, se resta tempo, si può desiderare.
Poi, se resta tempo, si può desiderare.
Prima bisogna pensare agli altri.
Poi, se nessuno si offende, si può ascoltare ciò che vogliamo.
Poi, se nessuno si offende, si può ascoltare ciò che vogliamo.
Così, poco alla volta, molte persone smettono di chiedersi cosa desiderano davvero.
Non perché non abbiano più desideri.
Ma perché hanno imparato a non sentirli.
Ma perché hanno imparato a non sentirli.
Il corpo si abitua a trattenere.
La mente si abitua a giustificare.
Il cuore si abitua a ridimensionare.
La mente si abitua a giustificare.
Il cuore si abitua a ridimensionare.
“Non è importante.”
“Non è il momento.”
“Non posso.”
“È troppo.”
“Meglio lasciar perdere.”
“Non devo chiedere troppo.”
“Non è il momento.”
“Non posso.”
“È troppo.”
“Meglio lasciar perdere.”
“Non devo chiedere troppo.”
E dopo anni passati a ridurre, adattare, controllare e reprimere, può arrivare una strana forma di vuoto.
Una vita magari ordinata, ma poco viva.
Qui entra il tema della sessualità consapevole.
Non come provocazione.
Non come esposizione.
Non come tecnica.
Non come qualcosa da ostentare.
Non come esposizione.
Non come tecnica.
Non come qualcosa da ostentare.
Ma come possibilità di tornare al corpo, al piacere, al desiderio, alla vitalità.
La sessualità, nel suo senso più profondo, non riguarda soltanto l’atto sessuale.
Riguarda il modo in cui abiti il corpo.
Il modo in cui senti il piacere.
Il modo in cui ti permetti di ricevere.
Il modo in cui entri in contatto con il tuo desiderio.
Il modo in cui riconosci la tua energia vitale.
Il modo in cui senti il piacere.
Il modo in cui ti permetti di ricevere.
Il modo in cui entri in contatto con il tuo desiderio.
Il modo in cui riconosci la tua energia vitale.
Per questo il desiderio non è un capriccio.
È un segnale.
Ti mostra dove qualcosa in te si muove.
Dove c’è vita.
Dove c’è attrazione.
Dove c’è curiosità.
Dove c’è una parte di te che non vuole solo funzionare, ma esistere pienamente.
Dove c’è vita.
Dove c’è attrazione.
Dove c’è curiosità.
Dove c’è una parte di te che non vuole solo funzionare, ma esistere pienamente.
Naturalmente non ogni desiderio va agito.
Non ogni impulso è verità.
Non ogni movimento interno va seguito ciecamente.
Non ogni impulso è verità.
Non ogni movimento interno va seguito ciecamente.
La consapevolezza serve proprio a questo: a distinguere.
C’è il desiderio che nasce da una mancanza disperata.
C’è il desiderio che cerca approvazione.
C’è il desiderio che vuole riempire un vuoto.
C’è il desiderio che fugge dal dolore.
C’è il desiderio che cerca approvazione.
C’è il desiderio che vuole riempire un vuoto.
C’è il desiderio che fugge dal dolore.
Ma c’è anche un desiderio più profondo, più pulito, più vitale.
Un desiderio che non ti allontana da te.
Ti riporta a te.
Ti riporta a te.
E imparare ad ascoltarlo è una parte fondamentale del percorso.
Perché una persona che non sente più il proprio desiderio rischia di vivere guidata solo dal dovere, dalla paura o dall’abitudine.
Fa ciò che è giusto.
Fa ciò che serve.
Fa ciò che gli altri si aspettano.
Fa ciò che ha sempre fatto.
Fa ciò che serve.
Fa ciò che gli altri si aspettano.
Fa ciò che ha sempre fatto.
Ma dentro, lentamente, si spegne.
Tornare al desiderio significa iniziare a chiedersi:
Che cosa mi fa sentire vivo?
Che cosa mi apre?
Che cosa mi contrae?
Che cosa sto facendo solo per essere accettato?
Che cosa sto evitando per paura di deludere?
Che cosa desidero davvero, quando smetto per un attimo di giudicarmi?
Che cosa mi apre?
Che cosa mi contrae?
Che cosa sto facendo solo per essere accettato?
Che cosa sto evitando per paura di deludere?
Che cosa desidero davvero, quando smetto per un attimo di giudicarmi?
Queste domande non sono leggere in senso superficiale.
Sono leggere perché tolgono peso.
Tolgo il peso del “devo essere diverso”.
Tolgo il peso del “non posso volere questo”.
Tolgo il peso del “il mio sentire è sbagliato”.
Tolgo il peso del “non posso volere questo”.
Tolgo il peso del “il mio sentire è sbagliato”.
E aprono uno spazio nuovo.
Uno spazio in cui puoi iniziare a riconoscere che forse non sei qui solo per essere adeguato.
Sei qui anche per sentire.
Abbondanza è saper ricevere
Quando si parla di abbondanza, il pensiero va subito al denaro.
Ed è comprensibile.
Il denaro è uno dei modi concreti attraverso cui l’abbondanza si manifesta nella vita materiale.
E il rapporto con i soldi racconta moltissimo del nostro rapporto con valore, sicurezza, fiducia, libertà e possibilità.
E il rapporto con i soldi racconta moltissimo del nostro rapporto con valore, sicurezza, fiducia, libertà e possibilità.
Ma l’abbondanza non comincia dai soldi.
Comincia dalla capacità di ricevere.
E ricevere, per molte persone, è molto più difficile di quanto sembri.
Ci sono persone bravissime a dare, ma profondamente in difficoltà quando qualcosa arriva verso di loro.
Sanno sostenere, ascoltare, aiutare, offrire, comprendere.
Ma quando qualcuno offre presenza, amore, tempo, attenzione, piacere o riconoscimento, qualcosa si chiude.
Ma quando qualcuno offre presenza, amore, tempo, attenzione, piacere o riconoscimento, qualcosa si chiude.
Arriva un complimento e lo minimizzano.
Arriva un aiuto e si sentono in debito.
Arriva amore e iniziano a dubitare.
Arriva piacere e si irrigidiscono.
Arriva un’opportunità e pensano di non meritarla.
Arriva un aiuto e si sentono in debito.
Arriva amore e iniziano a dubitare.
Arriva piacere e si irrigidiscono.
Arriva un’opportunità e pensano di non meritarla.
È come se una parte di loro dicesse:
“Non posso prendere troppo.”
“Non devo disturbare.”
“Non devo pesare.”
“Non devo chiedere.”
“Non devo avere bisogno.”
“Non devo ricevere più di quanto posso restituire.”
“Non devo disturbare.”
“Non devo pesare.”
“Non devo chiedere.”
“Non devo avere bisogno.”
“Non devo ricevere più di quanto posso restituire.”
Questo atteggiamento spesso viene scambiato per generosità, umiltà o indipendenza.
Ma a volte è paura.
Paura di essere visti.
Paura di dipendere.
Paura di perdere il controllo.
Paura di scoprire che si desidera molto più di quanto si vuole ammettere.
Paura di non sapere cosa fare con ciò che arriva.
Paura di dipendere.
Paura di perdere il controllo.
Paura di scoprire che si desidera molto più di quanto si vuole ammettere.
Paura di non sapere cosa fare con ciò che arriva.
L’abbondanza interiore non è convincersi mentalmente che l’universo provvederà a tutto.
Non è aspettare passivamente che la vita sistemi le cose.
Non è negare le difficoltà concrete, economiche, relazionali o pratiche.
L’abbondanza interiore è una disposizione più profonda.
È la possibilità di sentire che puoi aprirti alla vita senza dover sempre difenderti.
Che puoi ricevere senza sentirti colpevole.
Che puoi desiderare senza sentirti sbagliato.
Che puoi chiedere senza sentirti debole.
Che puoi accogliere senza dover immediatamente restituire.
Che puoi lasciare entrare qualcosa di buono senza sabotarlo subito.
Che puoi desiderare senza sentirti sbagliato.
Che puoi chiedere senza sentirti debole.
Che puoi accogliere senza dover immediatamente restituire.
Che puoi lasciare entrare qualcosa di buono senza sabotarlo subito.
E qui autostima, desiderio e abbondanza si incontrano.
Se non senti di valere, farai fatica a ricevere.
Se non senti il tuo desiderio, non saprai cosa accogliere.
Se non sai ricevere, continuerai a vivere come se tutto dovesse essere conquistato con fatica.
Se non senti il tuo desiderio, non saprai cosa accogliere.
Se non sai ricevere, continuerai a vivere come se tutto dovesse essere conquistato con fatica.
Molte persone non hanno soltanto paura di fallire.
Hanno paura che la vita possa davvero offrire qualcosa.
Perché ricevere qualcosa di buono può mettere in crisi l’immagine profonda che hanno di sé.
Se per anni ti sei percepito come qualcuno che deve lottare, stringere i denti, cavarsela da solo, non chiedere troppo e non aspettarsi nulla, l’abbondanza può sembrare quasi pericolosa.
Non perché sia negativa.
Ma perché è nuova.
Ma perché è nuova.
E ciò che è nuovo, anche quando è bello, può fare paura.
Per questo l’abbondanza non è solo una questione esterna.
È anche una trasformazione interna.
Non basta che qualcosa arrivi.
Devi avere spazio per lasciarlo entrare.
Tornare vivi
Forse una delle domande più importanti non è:
“Come posso essere più sicuro di me?”
Ma:
“Dove ho smesso di sentirmi vivo?”
Perché a volte inseguiamo autostima, risultati, relazioni, denaro, approvazione e perfino percorsi spirituali non per espanderci, ma per compensare una distanza da noi stessi.
Cerchiamo fuori qualcosa che possa finalmente dirci:
“Adesso vali.”
“Adesso puoi rilassarti.”
“Adesso puoi vivere.”
“Adesso puoi desiderare.”
“Adesso puoi ricevere.”
“Adesso puoi rilassarti.”
“Adesso puoi vivere.”
“Adesso puoi desiderare.”
“Adesso puoi ricevere.”
Ma nessuna conferma esterna riesce davvero a riempire una parte di noi che non si sente autorizzata a esistere.
Può darci sollievo per un po’.
Può farci sentire meglio.
Può aprire una porta.
Può farci sentire meglio.
Può aprire una porta.
Ma poi, se dentro resta la convinzione di dover meritare tutto, torniamo al punto di partenza.
Tornare vivi richiede un altro movimento.
Richiede di scendere dal piano della sola mente.
Perché puoi ripeterti mille volte che vali, ma se il corpo resta contratto, una parte di te continuerà a non crederci.
Puoi dirti che hai diritto al piacere, ma se il desiderio è stato giudicato per anni, servirà delicatezza per tornare a sentirlo.
Puoi affermare di essere aperto all’abbondanza, ma se ricevere ti fa sentire vulnerabile, qualcosa dentro continuerà a chiudersi.
Per questo il lavoro interiore non può essere solo mentale.
Deve diventare esperienza.
Nel corpo.
Nel respiro.
Nelle emozioni.
Nel modo in cui ti ascolti.
Nel modo in cui entri in relazione.
Nel modo in cui riconosci i tuoi sì e i tuoi no.
Nel modo in cui impari a restare presente quando qualcosa ti tocca davvero.
Nel respiro.
Nelle emozioni.
Nel modo in cui ti ascolti.
Nel modo in cui entri in relazione.
Nel modo in cui riconosci i tuoi sì e i tuoi no.
Nel modo in cui impari a restare presente quando qualcosa ti tocca davvero.
Tornare vivi non significa essere sempre felici.
Non significa non avere più paura.
Non significa non sentirsi mai inadeguati.
Non significa avere tutte le risposte.
Non significa vivere in uno stato continuo di espansione.
Non significa non sentirsi mai inadeguati.
Non significa avere tutte le risposte.
Non significa vivere in uno stato continuo di espansione.
Tornare vivi significa che inizi a non abbandonarti più così facilmente.
Ti accorgi quando ti stai spegnendo.
Ti accorgi quando stai dicendo sì mentre dentro è no.
Ti accorgi quando stai cercando approvazione invece di verità.
Ti accorgi quando stai dando per non sentire il bisogno di ricevere.
Ti accorgi quando stai confondendo il controllo con la sicurezza.
Ti accorgi quando stai dicendo sì mentre dentro è no.
Ti accorgi quando stai cercando approvazione invece di verità.
Ti accorgi quando stai dando per non sentire il bisogno di ricevere.
Ti accorgi quando stai confondendo il controllo con la sicurezza.
E, poco alla volta, torni.
Torni al corpo.
Torni al sentire.
Torni al desiderio.
Torni alla possibilità di ricevere.
Torni a una forma di presenza più semplice, più vera, più tua.
Torni al sentire.
Torni al desiderio.
Torni alla possibilità di ricevere.
Torni a una forma di presenza più semplice, più vera, più tua.
Non perfetta.
Viva.
Una via più leggera, ma non superficiale
In questo tempo molte persone sono stanche di sentirsi dire che hanno un problema da risolvere.
Sono stanche di essere continuamente analizzate, corrette, diagnosticate, spinte a diventare una versione più performante di sé.
Certo, i problemi esistono.
Le ferite esistono.
I blocchi esistono.
Le responsabilità esistono.
Le ferite esistono.
I blocchi esistono.
Le responsabilità esistono.
Non serve negarlo.
Ma forse possiamo iniziare a parlarne in un altro modo.
Non sempre partendo dal dolore come leva.
Non sempre premendo dove fa male.
Non sempre ricordando alle persone ciò che non funziona.
Non sempre premendo dove fa male.
Non sempre ricordando alle persone ciò che non funziona.
A volte possiamo partire da una possibilità.
Dalla risorsa.
Dal movimento.
Dal corpo che sa ancora aprirsi.
Dal desiderio che non è morto.
Dal piacere che può tornare.
Dalla capacità di ricevere che può essere educata.
Da quella parte interna che, nonostante tutto, non ha mai smesso del tutto di cercare vita.
Dal movimento.
Dal corpo che sa ancora aprirsi.
Dal desiderio che non è morto.
Dal piacere che può tornare.
Dalla capacità di ricevere che può essere educata.
Da quella parte interna che, nonostante tutto, non ha mai smesso del tutto di cercare vita.
Questa non è falsa consolazione.
È speranza concreta.
La falsa consolazione dice:
“Andrà tutto bene.”
La speranza concreta dice:
“Non sarà magico. Non sarà sempre facile. Ma puoi tornare in relazione con te. Puoi imparare a sentire. Puoi incontrare ciò che hai evitato. Puoi smettere di vivere solo per funzionare. Puoi aprire spazio a qualcosa di più vero.”
Ed è una differenza enorme.
Perché una comunicazione leggera non è necessariamente superficiale.
Può essere leggera perché non schiaccia.
Perché non appesantisce.
Perché non usa la ferita come gancio permanente.
Perché non ti fa sentire ancora più sbagliato.
Perché ti ricorda che, oltre al lavoro da fare, esiste anche il piacere di tornare a casa.
Perché non appesantisce.
Perché non usa la ferita come gancio permanente.
Perché non ti fa sentire ancora più sbagliato.
Perché ti ricorda che, oltre al lavoro da fare, esiste anche il piacere di tornare a casa.
E forse è proprio questo il punto.
Non lavoriamo su di noi per diventare finalmente degni di vivere.
Lavoriamo su di noi per smettere di rimandare la vita.
Perché forse l’autostima più vera non è pensare ogni giorno: “Io valgo.”
Forse è sentire:
“Posso esserci.”
“Posso desiderare.”
“Posso ricevere.”
“Posso vivere.”
“Posso tornare a me.”
“Posso desiderare.”
“Posso ricevere.”
“Posso vivere.”
“Posso tornare a me.”
E da lì, lentamente, qualcosa cambia.
Non perché diventi onnipotente.
Non perché la vita smetta di metterti alla prova.
Non perché ogni ferita sparisca.
Non perché la vita smetta di metterti alla prova.
Non perché ogni ferita sparisca.
Ma perché inizi a non vivere più solo come qualcuno che deve farcela.
Inizi a vivere come qualcuno che può finalmente abitarsi.
E quando una persona comincia ad abitarsi davvero, il mondo non diventa perfetto.
Ma diventa più ampio.
Più respirabile.
Più sensuale.
Più vero.
Più ricco.
Più sensuale.
Più vero.
Più ricco.
Forse è questa la forma più profonda di abbondanza.
Non avere tutto.
Ma tornare abbastanza presente da sentire che la vita può ancora attraversarti.


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